Giovedì, la Corte Europea dei Diritti Umani è pronta a emettere la sua sentenza finale nel caso di grande rilievo che riguarda l’atleta sudafricana. Questa decisione potrebbe riformare le regolazioni sull’idoneità di genere nello sport mondiale.
La battaglia legale di Caster Semenya raggiunge una fase cruciale mentre la Grande Camera della corte si appresta a pronunciare un verdetto sulla denuncia che ha presentato dopo essere stata esclusa dalle competizioni femminili di mezzofondo a causa delle regole limitative del testosterone introdotte da World Athletics nel 2018.
Campionessa olimpica per due volte nei 800 metri femminili (Londra 2012 e Rio 2016) e vincitrice di molteplici medaglie d’oro mondiali, Semenya è stata esclusa dalla sua specialità a meno che non accettasse di sottoporsi a trattamenti medici per ridurre i suoi livelli naturalmente elevati di testosterone.
Nata il 7 gennaio 1991 a Polokwane, Sudafrica, e dotata del cromosoma 46 XY, Semenya ha costantemente rifiutato il trattamento, sostenendo che la sua biologia non è un vantaggio competitivo, ma una parte naturale di chi è. “Mi hanno trattato come una cavia umana,” ha ricordato, promettendo di non sottoporsi mai più a tale trattamento.
Nel 2023, una camera della corte con sede a Strasburgo aveva già stabilito che la Svizzera non aveva protetto i diritti fondamentali di Semenya quando il suo sistema legale aveva confermato le regolazioni di World Athletics. La sentenza ha identificato violazioni dei suoi diritti alla non discriminazione, alla vita privata e familiare e a un rimedio efficace. Tuttavia, la decisione non ha annullato le regole sportive né ha ripristinato la sua idoneità.
In seguito a quella sentenza, la Svizzera – con il sostegno di WA – ha fatto appello alla Grande Camera, l’organo più alto della corte composto da 17 giudici. A differenza della decisione precedente, la prossima sentenza è definitiva e non può essere appellata. Potrebbe anche avere un maggiore peso legale e implicazioni internazionali riguardo all’equilibrio tra la governance sportiva e gli obblighi in materia di diritti umani.
L’ambito di questo caso si estende ben oltre la storia personale di Semenya. La Grande Camera valuterà per la prima volta a questo livello se i diritti fondamentali sanciti nella Convenzione Europea sui Diritti Umani – come l’uguaglianza, la privacy e l’accesso alla giustizia – possono essere compromessi dalle regole interne delle federazioni sportive e fino a che punto gli stati sono responsabili di prevenire tali danni.
Il caso non prende di mira direttamente World Athletics, ma piuttosto lo stato svizzero, la cui giurisdizione comprende sia la Corte di Arbitrato per lo Sport (CAS) sia il Tribunale Federale Svizzero, i due organi legali che in precedenza avevano deciso contro Semenya. Dopo aver esaurito tutte le vie legali in Svizzera, ha portato il suo reclamo alla Corte Europea, che lo ha accettato data la questione strutturale dei diritti umani sollevata.
Semenya, che ha fatto notizia a livello mondiale nel 2009 dopo aver vinto il titolo mondiale a soli 18 anni e essere stata sottoposta a test di genere, ha recentemente espresso la speranza che il suo caso protegga i diritti degli atleti e, con le sue parole, “ispiri tutte le giovani donne ad essere e accettarsi nella loro diversità.”
Se la Grande Camera dovesse sostenere la sua richiesta, il caso potrebbe essere riaperto in Svizzera e potenzialmente tornare al CAS, anche se tali procedimenti richiederebbero anni. L’impatto simbolico e istituzionale, tuttavia, sarebbe immediato: rafforzerebbe la possibilità per altri atleti con condizioni simili di sfidare le regolazioni sportive su basi di diritti umani.
Le conseguenze vanno ben oltre l’atletica. Sport come il nuoto, il pugilato e il ciclismo hanno adottato regole simili, e sotto la guida della nuova presidente Kirsty Coventry, il CIO sta rivedendo la sua posizione dopo anni di delega di queste decisioni alle federazioni internazionali. Il dibattito è tutt’altro che concluso.
Questo non è solo un problema legale, ma anche profondamente umano. Mentre la comunità scientifica rimane divisa su quanto il testosterone influenzi le prestazioni, World Athletics insiste sul fatto che livelli elevati conferiscano un “vantaggio insormontabile”. Semenya sostiene che la sua fisiologia sia un dono genetico, non una violazione delle regole.
Il suo caso arriva sulla scia di una rinnovata controversia durante Parigi 2024, quando la presenza della pugile algerina Imane Khelif nella finale olimpica ha scatenato un’ondata di attenzione mediatica e commenti politici sulla sua identità di genere e sulla sicurezza degli atleti.
Indipendentemente dall’esito, Caster Semenya è già diventata un simbolo di resilienza, dignità e lotta per i diritti individuali nello sport di élite. Il suo caso ha esposto le tensioni più profonde nel mondo dello sport: tra equità ed esclusione, identità e regolamentazione, biologia ed eguaglianza.
Al centro di tutto ciò resta una domanda irrisolta: chi ha il diritto di definire chi è una donna nello sport?
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Andrea Fontana è giornalista atletica leggera. Con sette anni di esperienza, segue Diamond League, Mondiali e Giochi Olimpici. I suoi articoli esaltano prestazioni, record e storie di atleti di fama mondiale. Il suo stile preciso ti immerge in ogni impresa.