Trail running: boschi, sentieri e… greenwashing? Dietro la promessa di libertà si nasconde una realtà ben meno poetica. Lassù, tra la natura selvaggia e il rumore dei passi sul terreno, il polmone respira ma la Terra trattiene il fiato. È l’ora di smascherare il lato oscuro del trail, il «miraggio» del vero sport natura.
Un boom alimentato da sogni (e social)
Negli ultimi anni il trail, ovvero la corsa su sentiero in ambienti naturali, ha avuto una crescita esplosiva. Spinto dall’attrazione per il superamento dei propri limiti e, naturalmente, dai social che celebrano ogni impresa con filtri e hashtag, è ormai diventato uno sport di massa: oltre 1,4 milioni di praticanti solo in Francia, secondo la Federazione Francese di Atletica.
Ma occhio: «sport di massa» non significa sempre sport popolare. L’Observatoire du running 2025 segnala come il trail attiri soprattutto categorie socio-professionali elevate, spesso prese da una “ricerca esistenziale dell’eccesso e del sogno di evasione”, come sottolinea il sociologo Olivier Bessy.
L’apparenza inganna: la natura come scenografia
La retorica ufficiale parla di rispetto e comunione con la natura. Una filosofia che resiste in gruppi come il Métropole Trail Nature Villeneuve-d’Ascq, dove l’impegno ambientale è concreto: riciclo di scarpe e bastoncini, acquisto di calze prodotte a 15 km da Roubaix, limiti severi agli iscritti. “Siamo un po’ i custodi dello spirito trail vicino alla natura”, scherza il fondatore Olivier Harduin.
Ma fuori da questi templi della sostenibilità, la realtà cambia:
- Viaggi “all inclusive” in Kenya, immersioni trail a Mauritius con guide locali che promettono «scoperte eco-responsabili»
- Offerte di corsa in luoghi esotici: Uzbekistan, Perù, Nepal, Namibia, Giordania. E tutto questo… in aereo.
Gli influencer del settore (ad esempio l’ex-candidato di Koh-Lanta, Dorian Louvet) e agenzie come Trail the World o Decathlon Travel attirano i runner a migliaia di chilometri dalla Francia, alla ricerca di paesaggi «mozzafiato». E qui il legame con la natura si fa… di alta quota, data la CO₂ prodotta dagli spostamenti!
Effetti collaterali ambientali e sociali
Il volo aereo è il metodo di trasporto più inquinante sul mercato. Un andata e ritorno Parigi-La Réunion (tappa per la celebre Diagonale des fous) produce circa 2,5 tonnellate di CO₂ per passeggero, cioè più di tutto il budget annuale auspicato dall’Accordo di Parigi per persona.
Non solo: i sentieri vengono modellati apposta per il trail, causando erosione e compattamento che riduce la capacità del suolo di assorbire acqua. Simon Lancelve, sociologo ed etnografo, avverte: “Il passaggio ripetuto crea danni alla biodiversità”.
E le giustificazioni? Non mancano. Claudie Laval (Trail to be alive) afferma di non avere «remore a portare le persone all’altro capo del mondo», sostenendo che così si dà da vivere ai villaggi locali. Le compensazioni di carbonio, come quella offerta dalla fondazione GoodPlanet ai partecipanti agli stage, sono ritenute poco efficaci dalle ONG ambientali: “Non equivalgono alle riduzioni di emissioni raccomandate dal Giec”, ricorda Réseau Action Climat.
Nel frattempo, le grandi manifestazioni non arrestano la corsa agli eventi: l’UTMB (Ultra-Trail du Mont-Blanc) ha generato 18600 tonnellate di CO₂ nel 2024, secondo gli organizzatori. Si cerca di limitare i danni con la compensazione, ma la realtà resta tutta da rifiatare.
Tra consumo, spettacolo e qualche speranza
Olivier Bessy osserva senza giri di parole: “Il trail non è più uno sport ecologico, è un business fondato sulla logica di dominazione della natura e sul consumo di un simbolo.” Gli atleti sono diventati consumatori, la natura uno spettacolo da comprare, condividere, fotografare.
I social fanno da cassa di risonanza: da Instagram a Strava, la ricerca di «esperienze intense da mostrare a tutti» è centrale. Più dei pini, contano i like.
E le alternative? Oltre ad auspici sobri («bisogna ridurre il numero di gare, tornare alla semplicità» secondo Bessy), si fa strada la volontà di agire dal basso: Harduin spinge affinché i praticanti diventino veri «consom’attori», capaci di un impatto positivo su ambiente e società. E Emmanuelle Jaeger propone di sostenere il turismo sportivo in Francia, con stazioni trail raggiungibili in treno sulle Alpi, in Normandia o lungo la Loira.
Infine, una buona notizia: a Villeneuve-d’Ascq la speranza non manca. Mobilitare, federare, incoraggiare – questa è la ricetta del club locale per uno sport più sostenibile e solidale.
In un’epoca in cui l’ecologia viene spesso messa ai margini e la società dello spettacolo domina, forse la vera sfida non è correre più lontano, ma più vicino – all’ambiente, agli altri, a noi stessi.
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Marco Rossi è giornalista calcio. Con dieci anni di esperienza, analizza trasferimenti, tattiche e successi dei club europei. Offre analisi precise e coinvolgenti. Il suo stile chiaro ti aiuta a comprendere i punti chiave di ogni partita.