Camminare rende davvero le donne libere? Per alcune è un passatempo, per altre una necessità vitale. C’è chi, come mia nonna, ha fatto della marcia un rito quotidiano, una sorgente di indipendenza e di pace interiore. Ma dietro a ogni passo, si cela una storia molto più grande: quella della conquista di uno spazio personale e sociale. E non tutte le scarpe, c’è da dirlo, sono state comode sulla strada dell’emancipazione…
Il cammino di mia nonna: tra libertà e necessità
Da che io abbia memoria, mia nonna ha sempre amato camminare. Dieci, venti chilometri al giorno, anche di più. Quando d’estate passavo le vacanze dai nonni in campagna, bastava che il sole spuntasse per farle dire: «Che bel tempo oggi, ne approfittiamo per una passeggiata!» La verità? Andavamo a camminare anche sotto le peggiori piogge! Se a volte le dicevo che non volevo accompagnarla, per lei non cambiava nulla: appena finito il pranzo, infilava le sue scarpe da ginnastica e partiva. Per lei, la camminata era ormai un bisogno vitale, non solo una passione.
Con gli anni, camminare è diventato più difficile. Ora che ha 88 anni, la sua determinazione resta, ma il corpo fa più fatica. Esce con il bastone, si ferma spesso a riprendere fiato, eppure ogni giorno esce da sola: un’ora la mattina, un’ora il pomeriggio. È stata lei l’ispirazione per questo articolo, e raccogliere la sua testimonianza era essenziale.
Ha iniziato a camminare davvero solo quando, con mio nonno, hanno lasciato la regione parigina per la campagna, al momento della pensione. Prima, con quattro figli, la casa da gestire e qualche altro lavoro domestico presso altri, di tempo per camminare per piacere non ce n’era proprio. Da pensionata, la marcia le regalava finalmente un senso di libertà e d’indipendenza mai provato prima. Anche quando le persone la guardavano stupite e le chiedevano se non avesse paura ad andare sola nei campi, lei – a 56 anni – se ne infischiava. «Mi serviva essere sola per fare il vuoto nella testa», racconta. Camminare le permetteva di avere uno spazio tutto suo, diverso da quello del marito, sempre chinato nell’orto. Dopo la sua morte, queste uscite quotidiane hanno assunto un’importanza ancora maggiore: «Mi ha aiutato ad affrontare il lutto e oggi è ciò che mi tiene viva. Prima quasi non guardavo i paesaggi. Ora sì: la tv rilassa, ma camminare ti fa sentire vivo!».
Camminare: sport, militanza o atto di resistenza?
Come mia nonna, tante donne percorrono kilometri nella natura. E poi ci sono chi passeggia, chi fa nordic walking, chi si cimenta nell’alpinismo: “camminare” per ognuna significa qualcosa di diverso. La storica dello sport Julie Gaucher afferma che ogni donna può dare una propria definizione alla marcia, sportiva oppure no, e va bene così.
Un tempo, però, per molte era qualcosa di più: un atto militante. Marcia e alpinismo erano riservati agli uomini, lo sport femminile considerato solo come svago. Bisogna aspettare il 1992 per vedere la prima gara di marcia femminile alle Olimpiadi, aperta agli uomini già dal 1908. Anche l’ingresso delle donne nel Club Alpino Francese (dal 1874) era condizionato: pratica “moderata” e sotto tutela maschile, almeno ufficialmente per proteggerle. Solo dagli anni Venti hanno potuto guidare le cordate e dagli anni Sessanta scalare le vette senza il marito appresso.
- Lette medicali sostenevano che le donne non potessero reggere lunghe distanze: una scusa bella e buona per tenerle a casa.
- Occupare gli spazi pubblici era visto come un rischio per la famiglia tradizionale – si temevano “incontri” sgraditi.
Julie Gaucher aggiunge che fare sport all’esterno era pericoloso… ma per l’egemonia maschile! Se anche la conquista sportiva diventava femminile, cosa restava agli uomini?
Tutte le strade (anche in salita) portano all’emancipazione
Molte donne hanno sfidato regole e pregiudizi con coraggio. Come ricorda Annabel Abbs nel suo libro “Attenti alle donne che camminano”, a differenza degli uomini non avevano fatto il servizio militare, né imparato autodifesa o orientamento. Rischiavano la reputazione e la sicurezza, inoltrandosi in territori selvaggi. E se capitava un incontro sgradevole? La responsabilità era tutta loro.
Alle difficoltà sociali si aggiungevano quelle… sartoriali! Impossibile scalare rocce in lunghe gonne e corsetti. Henriette d’Angeville, seconda donna a salire il Monte Bianco (1838), dovette crearsi un abito apposito: comodo, caldo, decente, ma finalmente adatto all’impresa. Anche Meta Brevoort e Lucy Walker hanno lasciato il loro segno nelle Alpi, e Annabel Abbs ricorda artiste, filosofe e scrittrici che hanno usato la camminata come strumento di emancipazione, da Georgia O’Keeffe a Simone de Beauvoir. Ma spesso, queste pioniere sono rimaste nell’ombra.
Oggi: fra percezione di rischio e conquista di sé
I secoli passano, ma incrociare una donna che cammina da sola in natura desta ancora sorpresa. «La gente si stupisce quando dico che vado da sola» racconta Anne, allenatrice e autrice. «Ci dicono di stare attente, come fossimo incoscienti. In realtà siamo più prudenti e consapevoli dei rischi.» Anne, di Montpellier, si è lanciata nell’escursionismo solitario ormai da quattro anni. «Col tempo, mi sento più sicura sui sentieri che a correre in città.» Anche lei, come tante, porta spesso un cane con sé, almeno per avere compagnia. Nina, invece, ha avuto il battesimo del fuoco con serpenti e cinghiali: niente panico, musica nelle orecchie e gambe in spalla.
I numeri (secondo l’Insee) dicono che le donne rischiano di più violenze fisiche e sessuali in città; tre quarti delle vittime conoscono già l’aggressore. Eppure, prudenza è d’obbligo, per chiunque, uomo o donna. Il bello di camminare? È economicamente accessibile e aiuta a riconnettersi a sé stesse, come spiegano molte intervistate. «Quando cammini, non hai voglia di scrollare il telefono», scherza Léonie. Alcune (come Margot) trovano sollievo dall’ansia e dalla tristezza; altre vedono nella marcia una sfida personale, la possibilità di conquistare libertà fisica e mentale.
- Camminare da sole insegna introspezione e autostima.
- Raggiungere un traguardo senza aiuti rafforza la fiducia.
- Sentirsi padrone del proprio ambiente cambia la percezione di sé e degli altri.
Allora, la marcia rende davvero libere le donne? Per molte sì, anche se la strada – letteralmente e metaforicamente – può essere in salita. D’altronde, basta un passo dopo l’altro… e magari qualche scarpa comoda in più!
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Marco Rossi è giornalista calcio. Con dieci anni di esperienza, analizza trasferimenti, tattiche e successi dei club europei. Offre analisi precise e coinvolgenti. Il suo stile chiaro ti aiuta a comprendere i punti chiave di ogni partita.