Il segreto mai svelato dietro i numeri misteriosi nel punteggio del tennis

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Zero, quindici, trenta, quaranta… e poi? Se pensavi che il punteggio del tennis fosse il frutto di una serata troppo lunga in compagnia di calcolatrici impazzite, preparati: la verità è molto più affascinante, e, sì, perfino più logica di quanto sembri a una prima occhiata distratta!

Dalle regole semplici… al caos incantato

La maggior parte degli sport ci vizia con una matematica piana e rassicurante. Un gol vale un punto nel calcio, un canestro può valerne uno, due o tre nel basket: tutto facile, fila liscio come un dritto di Sinner. Ma il tennis no. Nel tennis, ci si inerpica su quella sequenza tanto bizzarra: 0, 15, 30, 40, vantaggio… Che cosa ha bevuto chi se l’è inventata?

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, questa curva logica non è nata per caso, né dopo una partita di calcetto andata storta. Il punteggio del tennis affonda le sue radici nell’antico e nobile gioco della paume, praticato in Francia già nel XVI secolo, quando la parola “palestra” suggeriva più sudore che abbonamenti deluxe.

Il gioco della paume e i misteriosi piedi

A differenza del tennis moderno, nel jeu de paume i punti si contavano dritto per dritto, con progressioni degne di un alunno diligente. Ma ecco il colpo di scena: ogni volta che si segnava un punto, il giocatore, che partiva da 60 piedi dal net, poteva avanzare verso la rete per servire, quasi in modalità “giochi senza frontiere”. Il primo punto conquistato si traduceva in un passo di 15 piedi avanti, il secondo punto altri 15, e al terzo solo 10, per evitare l’effetto-finestra sul naso altrui. Totale: 40 piedi guadagnati. Da qui derivano i numeri 15, 30, 40! E una volta arrivati a questo magico traguardo, il giocatore si trovava in “vantaggio”.

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Non è una semplice stranezza: questa progressione, travasata nel tennis codificato dall’inglese Walter Clopton Wingfield nel 1874, conferisce un fascino innegabile ai campi in erba e terra rossa, resistendo indomita a ogni rivoluzione regolamentare.

Alternative tra scommesse, monete e… orologi

Ok, ma la storia non finisce qui, perché si sa che lo sport è terreno fertile per teorie alternative come una Terra piatta della racchetta. Un’ulteriore spiegazione, meno popolare, collega il punteggio alle scommesse, diffusissime nel XVI secolo: si giocava spesso in sale chiamate tripot, luoghi di fortuna (e azzardo) dove si scommetteva senza troppi scrupoli.

Sylvie Lauduique-Hamez, studiosa delle curiosità sportive, racconta che all’epoca la moneta seguiva un sistema sexagesimale: il double d’or valeva 60 sous, il dernier d’or 15 sous. Così i punti rifletterebbero somme vinte, sempre multiple di 15. Già nel Medioevo, dunque, il tennis e il denaro andavano di pari passo, letteralmente dal servizio alla volée!

  • Un punto=15 (sous/moneta)
  • Due punti=30
  • Tre punti=40 (cioè, 10+30, perché al terzo avanzavi solo di 10 piedi!)

Come se non bastasse, c’è chi suggerisce che, per mostrare lo score al pubblico nella galleria, si usassero le posizioni delle lancette di un orologio, una per ciascun giocatore. Punteggio su quattro quarti d’ora: 15, 30, 40 (anziché 45, per praticità). Il gioco dei sei giochi per set richiamerebbe così la metà di un quadrante d’orologio. Sei partita ancora più filosofica, ma… senza smentite ufficiali!

Tennis e tempi moderni: tra partite infinite e fascino antico

Oggi, per quanto sia romantico risalire ai piedi e ai sous, resta il fatto che una partita di tennis può durare quasi come una saga fantasy. Soprattutto quando ai master 250, 500 o 1000 si passa da un game all’altro per cinque ore. Per il pubblico moderno, magari meglio pensare a partite più corte: tre set massimo, nessun vantaggio sul 40 pari, e perché non abolire l’assenza del tie-break a Roland Garros nel quinto set? Chi ha avuto quella idea geniale?

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Riforme a parte, il fascino di questi numeri misteriosi resiste: strampalati, quasi poetici, hanno resistito al tempo (e agli allenatori rivoluzionari). Ogni volta che un arbitro pronuncia “quaranta pari”, chi ama il tennis sa che dietro si cela tutta la storia, il rischio, la matematica malleabile e il brivido dell’imprevedibile. In fondo è anche questo che rende il tennis, ancora oggi, un gioco da leggere tra le righe… e i numeri.

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