Chi lo dice che bisogna essere leggeri come una piuma per godersi la corsa? Vincent Machet, marseillese d’adozione e orgogliosamente 150 kg di peso, ci dimostra che la vera forza non è sulla bilancia, ma nel cuore – e nelle scarpe da ginnastica.
La corsa come ancora di salvezza
Correre per Vincent non è solo sudore e fatica; è stata la scialuppa che gli ha permesso di restare a galla fra i drammi familiari, la malattia mentale della madre e la scomparsa improvvisa del padre. Fin da quando aveva 15 anni, la corsa è diventata il suo modo per affrontare il “diavolo della mente” – quella voce interiore che a volte lo porta ad aumentare di 25 kg in appena due mesi. Come dice lui: “Mi spingo sempre oltre i miei limiti mentali per tornare a quello che definisco il mio peso da atleta di grosso livello”. Non male come motivazione!
Prima di innamorarsi della corsa, Vincent calciava palloni in un club di calcio di Marsiglia: “Mio padre era un ex calciatore. Ovviamente, visto il mio fisico, facevo il difensore centrale”. Su un prato di rugby, invece, lo volevano per la stazza, ma per lui restava un passatempo da spiaggia. Poi, tra un calcio e una meta, l’ebrezza della corsa lo ha rapito – e non l’ha più lasciato. All’inizio, però, niente baci al traguardo: “Le prime falcate erano dure, aspettavo sempre il secondo fiato – che per me arriva tardi. Poi, però, le endorfine fanno il loro ingresso e arrivano quei cinque minuti di vero benessere e libertà”. Sensazioni familiari a tanti runner, anche se non tutti lo ammetterebbero.
Ombre e sfide: la lotta dentro e fuori dal corpo
Vincent non teme di parlare delle sue ombre: “Ho ereditato la parte oscura di mia madre, e l’ho accettata. C’è anche una parte buona, quella che mi spinge verso la convivialità e il piacere della tavola”. La sua battaglia con la bulimia non riguarda solo il corpo, ma anche la mente: “È come chi si fa una siringa per scaricarsi – impulsivo e violento”.
Queste difficoltà sono sempre lì, anche nei momenti felici, nelle tavolate di famiglia o nella preparazione agli obiettivi sportivi. Ci sono rari istanti di piena pace, ma nella maggior parte dei casi il “diavolo” non lo lascia mai del tutto. Nonostante tutto, Vincent non smette di rincorrere nuovi anni, anche solo per mantenere viva la memoria dei suoi traguardi.
La bellezza della corsa… anche in fondo al gruppo
Per Vincent, la Marseille-Cassis è stata la prima grande sfida: una vera e propria esperienza sportiva e familiare, ricca di ricordi delle prime passeggiate tra le calanche con il padre. Ogni gara ha un significato: il Marathon di New York, corso a 40 anni, è legato ai ricordi di sua madre e al suo viaggio negli Stati Uniti; le altre imprese fanno eco soprattutto al legame paterno. Anche Parigi ha il suo posto speciale nel cuore di Vincent, perché lì è nato – pur senza avervi mai vissuto a lungo. Ma attenzione: “Non faccio della mia vita sportiva un pellegrinaggio”. Il richiamo della competizione e il piacere del percorso hanno il loro peso, ma senza appesantire l’anima.
Vincent non vanta mai risultati da podio, anzi: “Spesso arrivo ultimo, il che non fa bene all’autostima”. Eppure, la gioia di correre la Marseille-Cassis, i trail di Serre-Chevalier e il cross del Monte Bianco rimane intatta. Il vero trionfo? Aver corso il Marathon di New York, l’evento più memorabile della sua carriera.
- Marseille-Cassis – una tradizione di famiglia e sport.
- Trail di Serre-Chevalier e cross del Monte Bianco – la bellezza della resilienza.
- Maratona di New York – un sogno, un omaggio, un’esperienza indimenticabile.
Non si dipinge mai come un eroe o uno sportivo d’élite: “Mi alleno molto, anche solo per un 5 km, ma sono e resterò un corridore ordinario. Mi diverte descrivermi come atleta di grosso livello, però resto umile: tra i veri campioni ce ne sono pochi, anche in coda al gruppo ho incontrato persone straordinarie, dalla remissione dal cancro agli atleti con disabilità”.
Il futuro, le scarpe ai piedi e il sorriso in volto
Nonostante le anche scricchiolanti e qualche ginocchio malconcio, Vincent non molla: “A 52 anni forse non punto più al semi-marathon, ma ho in testa la Marseille-Cassis dell’anno prossimo. Non sono ancora pronto a fermarmi!” Guardando avanti, pensa che tra qualche anno dovrà forse dedicarsi alla camminata o alla bici. Ma ammette sorridendo: “Non c’è piacere che regga il confronto con quello che provo correndo”.
Morale della favola? Correre non è un fatto di tempo o di velocità, ma un atto di resilienza, accettazione e, talvolta, di autentica felicità. Che tu sia in coda al gruppo o in cima al podio, non c’è nulla di cui vergognarsi: ciò che conta è il viaggio, non il peso della valigia… o quello sulla bilancia!
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Marco Rossi è giornalista calcio. Con dieci anni di esperienza, analizza trasferimenti, tattiche e successi dei club europei. Offre analisi precise e coinvolgenti. Il suo stile chiaro ti aiuta a comprendere i punti chiave di ogni partita.